Enoturismo

Secondo il Rapporto Città del Vino/Censis,il turismo enogastronomico non è più una pratica di “nicchia”, ma un comportamento diffuso e di tendenza; oltre 20 milioni di italiani nel 2009 hanno fatto attività turistiche legate all’enogastronomia con ben 13 milioni le visite alle cantine. Le mete preferite sono la Toscana, seguita dal Piemonte e dalla “new entry” Veneto che supera Umbria e Puglia.

Il fattore considerato come il più efficace al fine di sviluppare il turismo del vino per 6 sindaci su 10 è la comunicazione, seguito dall’ideazione di eventi locali, dalla creazione di itinerari, dalla formazione degli addetti e dal bisogno e l’esigenza di salvaguardare con forza il proprio paesaggio.
Giampaolo Pioli ( presidente delle Città del Vino ) afferma che il che il settore ha bisogno di più attenzione (ma a tutt’oggi i fondi destinati continuano a scarseggiare), che è necessario fare sistema, con strategie di marketing territoriale ed interventi finanziari mirati, per affrontare le sfide della competitività e sviluppare il ruolo dell’enoturismo a vantaggio delle economie locali.

Ma se l’enoturismo è in crescita e le istituzioni ben poco fanno ( o possono fare) per sostenerlo, chi se ne occupa?

Le aziende produttrici, ovviamente; decine di migliaia di aziende, grandi e piccole, a gestione familiare o super-strutturate, che ogni giorno, promuovono vini ma anche territori, tradizione, cultura, storia…

DiVino Lounge...secondo me

Si è concluso mercoledì DiVino Lounge questo primo importante evento del 2010 dedicato al vino e voglio parlarvene un po’ perché mi è davvero piaciuto.

La manifestazione dedicata a “wine, food and more”, quest’anno sotto il cappello espositivo completamente inedito di Sapore insieme alle storiche MIA, MSE, Oro Giallo e Pianeta Birra, ha soddisfatto le mie aspettative e, se rimarranno validi i presupposti attuali, la prossima edizione darà ancor più soddisfazione.

Credo di poter dire che il successo di questa edizione sia da imputare anche all’accordo commerciale che Rimini Fiera ha siglato a dicembre con la Iron3, società già organizzatrice di ArezzoWine; l’accordo (maturato a seguito della crescita della manifestazione aretina, il cui concept di evento necessitava di più ampio respiro, sia in termini di spazi, che di visibilità e di risorse) ha così permesso a DiVino Lounge di sviluppare caratteristiche importanti sia per gli espositori che per gli operatori.

La Iron3 (responsabili di evento Giacomo Acciai e Andrea Lisi) ha saputo mantenere quel bel rapporto ‘personale’, diretto e familiare, con le aziende espositrici tipico delle manifestazioni più piccole, garantendo così una manifestazione a misura di persona.

DiVino Lounge, evento rigorosamente B2B, ha trovato il suo punto di forza nell’incoming di buyer stranieri; gli espositori, secondo un calendario predefinito e in un’area business dedicata, hanno avuto incontri one-to-one, organizzati incrociando le proposte dei produttori con le esigenze dei buyer (italiani ed esteri). Un’attività che raramente ho visto realizzarsi in altre manifestazioni dove l’organizzazione delle agende è a carico delle singole aziende e degli operatori.

Dunque, appena alla seconda edizione, l’evento di Rimini Fiera dedicato a vino, spumanti e champagne ( ma soprattutto al pubblico professionale che fa dell’incontro tra vini e ristorazione il suo punto di forza) subito conferma la sua voglia di crescere e di diventare parterre importante nel panorama nazionale.

I numeri secondo Rimini Fiera: 76.123 visitatori, +25% di operatori stranieri, 400 buyer, oltre 4000 incontri d´affari (business meeting internazionali), 612 giornalisti accreditati. ( CS finale )

DiVino Lounge, essendo inserito nel contesto più ampio di Sapore, diventa manifestazione appetibile per i tanti operatori che si occupano di food&beverage, fornendo loro, in un unico luogo, tutto (o quasi) ciò di cui necessitano: in un solo salone, ben organizzato anche in termini di spazi, si ritrovano area wine, area food, area beer e area business.

L’unica nota un pò stonata (ma veramente poco..) è che Sapore viene ancora identificato con ‘il salone della birra’ da molti operatori, che ignorano così l’esistenza di spazi esclusivi dedicati a vino e olio. Forse un po’ più di comunicazione mirata alla scissione di questo binomio aiuterebbe a slegare Sapore dal concetto di ’spazio per birrofili’ con tutti gli annessi e connessi del caso.

Sono stata contenta che alcune delle aziende con le quali collaboro (o con le quali sono in qualche modo in contatto) abbiano partecipato; vero che dovremo attendere qualche tempo per vedere i rali sviluppi commerciali, ma già solo il fatto che molte aziende abbiamo espresso la volontà di partecipare l’anno venturo, è una bella conferma.

W&F blogger al Vinitaly

Non sei un giornalista ma hai un blog che parla di vino e/o cibo, attivo da almeno sei mesi e aggiornato con frequenza mediamente settimanale?
Santa Margherita ti fornirà l’accredito per accedere all’evento più importante dell’enologia italiana: il Vinitaly.

Salvo pochissime eccezioni, infatti, nessuna manifestazione (italiana) accredita wine&food blogger.
Salto a piè pari il discorso relativo alla questione “giornalisti&informazione&blogger&professione”; ne abbiamo parlato e continuiamo a parlarne, ma non ora.

Ma siccome mi pare evidente che la figura del w&f blogger sia concreta che più concreta non si può, vale la pena iniziare a prenderla in considerazione.
L’iniziativa di Santa Margherita di aprire le porte anche ai w&f blogger ad una manifestazione tanto importante, diventa ancora più bella, in questo contesto.

Per dover di cronaca, sappiate che nella sezione del sito di Vinitaly Condizioni d’ingresso, c’è una bella lista di operatori che possono accedere (cioè quelli autorizzati a comprare il biglietto) alla manifestazione: non mancano solo i w&f blogger, ma intere categorie che fanno parte del sistema “vino”, tra cui rp e rappresentanti.
Un Vinitaly senza rappresentanti e senza addetti stampa e/o rp…?! Ma anche no…

DiVino Lounge

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Ci vediamo a DiVino Lounge (Sapore, Rimini, 21-24 febbraio).

[la foto è di proprietà di Rimini fiera]

Social media

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L’uomo è un animale sociale, le persone non sono fatte per stare da sole, lo disse Seneca.
Ecco il perché del successo di FB, FF, Twitter, Xing, MySpace, etc.  Sui SM si fà esattamente quello che si farebbe in un qualunque altro luogo: conversare, socializzare, condividere, comunicare, informare, avvertire, scoprire, descrivere, manifestare, riferire, confidare, trasmettere e molto altro ancora.
C’è anche chi s’è innamorato e fidanzato tramite i SM: galeotto fu il tweet..

I social media hanno consentito l’abbattimento di barriere che senza i nuovi media e senza internet sarebbero state impossibili da valicare con questa facilità.  Basti pensare alla velocità con cui il nostro messaggio può raggiungere potenzialmente chiunque nel mondo e in qualunque posto.

Sono così cambiati anche le nostre azioni quotidiane, alcuni costumi: mattina e sera un tweet per dare buongiorno e buonanotte, le foto del matrimonio su Flickr, la ricerca del ristorante con l’IPhone, la lettura dei feed in metropolitana e dell’e-book in treno.

E la comunicazione d’impresa ha il dovere di adattarsi. Non è una scelta, ma una necessità; e le aziende che sapranno adattarsi meglio a questi nuovi paradigmi  avranno un grande vantaggio rispetto ai concorrenti.  Che l’azienda sia composta da 1, 10 o 100 persone, fa un’enorme differenza; ma le regole di base, valgono per tutti, un pò come la buona educazione….

Per affronatare al meglio i SM ricordate sempre di…

Ascoltare: è la cosa più importante. Non parlate ai consumatori. Non vogliono ascoltarvi, vogliono essere ascoltati. Vogliono la vostra attenzione.

Osservare, le persone; interessatevi, davvero, cercate di capire che cosa preferiscono, i gruppi che frequentano, come fareste con una persona appena presentata.

Accettare, quello che si dice della vostra azienda significa capire che se qualcuno parla male di voi c’è una ragione, e la cosa migliore non è cercare di censurare o nascondere perché non riuscirete, ma è capirne il motivo e migliorarsi: provare a relazionarsi e spiegarsi onestamente con chi si lamenta di voi è un primo passo.

Rispondere, quando siete chiamati in causa: la premessa per costruirvi una buona reputazione!
Rispondere significa non soltanto replicare quando viene detto qualcosa di sbagliato o falso su di voi, ma anche intervenire per segnalare contenuti interessanti prodotti da voi ma soprattutto da altri; integrate discussioni e rispondete alle domande poste  anche se non direttamente.

Creare contenuti, di interesse per i vostri potenziali clienti; elaborare informazioni che vi riguardano significa non soltanto curare al massimo i testi del vostro sito e del vostro blog ma anche creare video, foto e contenuti multimediali in genere.

Condividere i contenuti che avete creato e lasciate agli altri la libertà di condividerli. E’ il modo migliore di ottenere visibilità sui social media, dove l’informazione tende a essere diffusa di clik in clik. Condividete anche i contenuti che ritenete interessanti ma che sono stati creati da altre persone: è il modo migliore di instaurare relazioni con le persone su Internet e di ottenere credibilità!

Partecipare, sempre e dovunque: cercate di essere presenti nei principali social network e siti di settore, nei commenti dei blog importanti, fatevi trovare anche sui motori di ricerca. Su Internet cercare di portare le persone sul proprio sito per poi comunicare richiede molte più risorse che comunicare direttamente dove le persone sono: inoltre quest’ultima strategia risulta più efficace perché consente di targetizzare i propri modelli comunicativi a seconda delle persone presenti in ogni specifico ambiente virtuale.

Divertirsi. E sì, perché se ci si preoccupa troppo dei risultati e della strategia si rischia di apparire falsi. Sui SM bisogna essere creativi, disponibili a investire del tempo per parlare davvero con le persone, per guardare video, per scoprire ogni giorno cose nuove.

E visto che non ci occupiamo di bulloni ma di vino, prodotto emozionale (per eccellenza..),  cercate di trovare ‘la vostra’ maniera di trasmettere questo plus…

Mal comune...

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In questi giorni ho curiosato sul web per vedere come le grandi (> 1.000.000 btt, per intendersi) aziende vinicole si muovano nel web e come utilizzino i SM. La mia è stata solo una ‘curiosata’, verificando solo la loro presenza (o assenza) su Twitter, FF, Fb e altri, l’esistenza di community, il loro sito e/o blog; non ho approfondito, per ovvi motivi di tempo ma anche di difficoltà, quanto e come partecipino attivamente (commenti, apertura discussioni, etc) in luoghi non da loro direttamente gestiti.
Obiettivo, insomma, era quello di individuare qualche esempio di web mktg fatto bene, da prendere come caso, ma anche quello di capire quanto le potenzialità del web vengano sfruttate.

Ho sempre pensato che un grande problema delle aziende strutturate, con aree operative ben differenziate, fosse quello dell’identificazione ‘umana’ sul web. Mi spiego: il web crea relazioni tra persone e per le piccole/medie aziende è facile identificare la persona che rappresenta l’azienda, anche sul web: può essere il titolare, che si relaziona direttamente (ad esempio Giampaolo per Poggioargentiera, o Paolo per Cascina I Carpini, o tanti altri) o una persona che comunque è all’interno dell’azienda è che viene identificata con essa. Le grandi aziende che faccia mettono? E se non ci mettono una faccia, chi interagisce?
Durante la mia carrellata, in effetti, ne ho trovate ben poche di aziende che siano riuscite a superare questo ostacolo; ho provato a ragionare sul come fare ma, anche qui, ogni azienda è un caso ed è difficile avere una risposta valida per tutti.

Però ho notato altre cose che mi hanno dato da pensare; problematiche a volte comuni anche alle piccole/medie aziende, che davo per risolte in realtà più strutturate.
Molte aziende, ancora oggi, non hanno capito il vero senso dei social media e le potenzialità del web: il dialogo, il confronto, la condivisione con distanze praticamente annullate e tempi strettissimi.
Esistono fan page di FB aperte che vengono aggiornate (anche non troppo spesso) con le varie news istituzionali,le migliori offerte settimanali: info che non coinvolgono; Twitter, FF, vengono utilizzati per replicare contenuti (del sito, del blog); siti che riportano le notizie del 2008; blog che ci informano della presenza alla prossima fiera o riportano l’ultimo CS inviato.
Fare brand significa coinvolgere, far affezionare, far preferire A a B: se mi bombardi di info poco utili, mi annoi e mi allontani.
Se ti lascio un commento e mi rispondi dopo 3gg, o me ne dimentico o penso che del mio commento non ti interessa.
Se mi mandi via mail un CS con preghiera di diffusione solo perché mi sono iscritto alla tua NL, cosa faccio? Lo leggo a tutti gli alunni della mia classe perché sono un’insegnante delle elementari? (non ridete…capita…).

La sensazione che ho avuto è stata quella di essere di fronte ad esempi di ‘tanto per…’: Twitter è gratis, follow un numero sufficiente di persone, ogni tanto butto lì che il “Pippo 2005″ è in offerta, e il gioco è fatto. Niente di più sbagliato.
Aggravante a tutto ciò è il generale ’scollamento’ che noto tra le attività ‘off-line’ e quelle ‘on-line’ (mi ero ripromessa di non usare più questa differenziazione perché, secondo me, non esiste, ma credo che torni utile): per intenderci, chi si occupa delle pr, in senso classico, generalmente non collabora o ignora del tutto, le attività sui SM, continuando, imperterrito senza considerare una fetta di pubblico che interagisce altrove e senza sapere cosa l’azienda sta facendo altrove.
Non possono esistere ‘addetti’ alla comunicazione (cosiccome in altri ambiti) che lavorino in compartimenti stagni; e anche in questo, il web potrebbe diventare un valido supporto, magari creando spazi di condivisione e confronto (wiki, community, etc).
Le attività di social media sono un’integrazione (non un’alternativa e/o un’appendice) alle già esistenti attività degli uffici marketing e rp, per diffondere i contenuti/messaggi/prodotti in maniera ancora più forte.

I social media richiedono disponibilità ad ascoltare le persone (potenziali clienti, ma anche operatori e perchè no, anche i dipendenti), a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base ai feedback che forniscono. Tutte le attività creano e fanno parte di un processo iterativo di continuo ascolto dei bisogni e delle motivazioni delle persone coinvolte, che permette di rilevare e valutare, non solo il valore del brand ma anche il valore prodotto dalla community per l’azienda. Questa analisi fa emergere a sua volta nuovi bisogni, nuovi requisiti e ovviamente nuove attività in risposta; un sistema, quindi, che deve essere flessibile e in continua evoluzione.

Da questo emerge, a mio avviso, un altro problema: la paura del feedback/coinvolgimento e la necessità di cambamenti.
Credo che il problema di fondo sia culturale: mancano le basi, la preparazione, per capire che il web e i social media, non sono un gadget, ma una nuova dimensione (con nuovi strumenti) con la quale è doveroso prendere le misure; questo necessita un’evoluzione organizzativa, culturale e dei processi.
Insomma siamo ben lontani dal Mulino Bianco che si è aperto agli User Generated Content ( = il pubblico!)permettendo alla gente di proporre idee circa nuove soluzioni di packaging per prodotti già esistenti, nuovi prodotti da lanciare, e la proposta di slogan per gli spot pubblicitari dell’azienda; gli stessi utenti potevano votare le idee più apprezzate e quelle più votate potevano essere realizzate (pensiamo agli slogan che appaiono tuttora negli spot: sono stati creati da consumatori).

Le aziende che sapranno accrescere contemporaneamente tecnologia e cultura, portando i propri clienti, dipendenti e fornitori a partecipare attivamente al futuro del business, riusciranno a creare un vantaggio strategico sui competitor.
Mica è poca cosa…

Barbera d'Asti Superiore 2007

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In ritardissimo, vi racconto l’ultimo tasting panel del 2009 dedicato alla Barbera d’Asti Superiore 2007 della Cantina ‘La Maranzana‘.
‘Un’iniziativa ben curata e comunicata dalla Cantina, che consta circa 200 soci e quasi 450 ettari di vigneti nel Monferrato.
Ci tengo a sottolinearlo perché di realtà cooperative (grandi o piccole che siano) che operano bene, sia in termini produttivi che gestionali, sono ancora troppo poche in Italia; il tasting è stato promosso attraverso Twitter a dimostrazione del fatto che anche in termini di comunicazione La Maranzana ha le idee ben chiare.
Avendone avuto l’opportunità ho scelto la Barbera Superiore, come vino da assaggiare, perché mi piace la/il Barbera; femminile o maschile, ancora non l’ho capito, ma io uso maschile o femminile a seconda del vino che mi ritrovo nel bicchiere, un un modo (o un vezzo) che mi permette di connotare (almeno secondo i miei canoni e la mia esperienza) subito il carattere del vino.
Dicevo, mi piace molto questo vitigno, soprattutto se non mi trovo di fronte ad un vino giovane.
Dovendo assaggiare il vino per il tasting panel, ho pensato di fare l’assaggio con tanto di scheda alla mano e poi durante la cena.
Colore carico, tendente al violaceo, molto invitante; ma altrettanto non è stato al naso e così in bocca. Subito al naso il legno, come un coperchio sui profumi che comunque emergono, diversi e abbastanza intensi; in bocca diretto e piacevole ma non ho sentito il 14% riportati in etichetta.
Insomma, non sono stata troppo soddisfatta lì per lì, e anche il punteggio sulla scheda confermava la leggera delusione; mi aspettavo qualcosina di più, ma…
C’è un grande ma, perché questo vino è riuscito a stupirmi dopo, molto dopo. Lasciato lì sul tavolo, qualche ora, per curiosità l’ho riversato nel bicchiere e si è scoperto. Il legno è passato decisamente in secondo piano, lasciando spazio ai tanti intensi profumi: i frutti di bosco, la ciliegia, un pò di tabacco e di vaniglia.
In bocca sono emersi i tannini ( forti, decisi, molto piacevoli, che danno sostegno e consistenza) e la liquirizia.
Insomma, l’ho trovato un vino molto timido, che ha necessitato di tempo per aprirsi, per dare il meglio di sè; un vino che ha ancora bisogno, a parere mio, di starsene ancora un pò quieto in cantina, a riposare e maturare.
Comunque un bel vino, con un bel carattere da consolidare e che può dare grandi soddisfazioni, non solo per chi lo beve ma anche per chi lo produce; un vino di cui esser contenti, insomma, una conferma che la strada intrapresa è quella giusta.
La butto lì; sarebbe interessante riassaggiare, tra un annetto, lo stesso vino; magari sarebbe interessante far riassaggiare a tutti i panelisti i vini un anno dopo, per scoprirne l’evoluzione…

2009 ti scrivo

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2009, ti scrivo, e non mi scuso se non inizio con un ‘caro’, perché caro, inteso come prezioso, proprio non lo sei stato.
Ho ripensato a te, in questi giorni, è tempo di bilanci, lo sai. Ma non metto mano nè alle carte nè alla calcolatrice, mi rifaccio alle sensazioni e alle emozioni che provo ora e a quelle che ho provato.

Di belle cose, a me, ne hai donate, lo devo ammettere, per lo più derivanti dalla sfera personale: la famiglia e  gli amici ( i soliti, quelli ritrovati, quelli  nuovi).
Ma per lo più sei stato un anno, per andarci con mano leggera, duro, molto duro.

Il 2008 è stato un anno pesante, ma alla fine, mi sentivo propositiva, con tanta voglia di ricominciare; erano tanti i progetti, gli obiettivi da raggiunegere, tante le speranze, tanta l’energia da utilizzare.
Tu no: tu ci hai davvero provati, prosciugati, inariditi, perché hai spazzato via progetti, sogni, sicurezze, facendoci sprofondare nell’incertezza.
Sei sul finire ma la tua fine non da sollievo.
Io non ho desiderato, a differenza di altre volte, che tu finissi, che iniziasse un nuovo anno; e sai perché? Perché mi hai sfiduciata, mi hai scaricata: perché non mi hai dato e non mi dai spunti sul cosa aspettarmi dal nuovo anno; perchè questo tuo finire non è preludio di un nuovo capitolo, ma solo il trascinarci lento verso altri giorni che mi appaiono plumbei senza azzurro all’orizzonte.
Non sei stato come un temporale dopo il quale arriva il sereno, ma come un lungo, uggioso, freddo e nebbioso autunno.
E se te lo dice una che è irrimediabilmente ottimista (nonostante tutto!) non sottovalutare quello che ti scrivo.

Sei stato un anno di allarmismi, di violenza, di disastri, di insinuazioni, di inasprimenti, di intolleranze.
Le soglie di tolleranza si sono talmente tanto abbassate che basta un niente per farli valicare con le evidenti conseguenze.
Facciamo parte di un sistema che vive al limite: minuti contati, giornate iper-organizzate, ottimizzazione. Niente spazio per l’improvvissazione, intesa come ‘carpe diem’.

Sei stato un anno che ci ha tolto fiducia, non solo in un futuro migliore ma soprattutto negli altri; un anno che ha inaridito e imbruttito ancor di più gli animi; che non ha lasciato e non lascia, spazio alla disponibilità, alla fantasia, alla voglia di sognare, alla voglia di sperare e credere.
Ci hai fatto rinchiudere in noi stessi, come ricci di fronte ad un’insidia; ci hai fatto alzare le difese fino a creare barricate che saranno difficile da abbattere…domani.
La cosa più brutta è, secondo me, questa siccità di propositi, di valori, di principi, che ha portato l’ aridità di intenti; con te s’è intensificata perché, ammettiamolo, viviamo anni desolanti. Desolanti perché viviamo nell’epoca dell’apparire e non dell’essere; vale più un telefonino che una persona, un giubbetto firmato che una buona istruzione, una velina più di una brava maestra o un calciatore più di un bravo padre; insomma, vale più la cultura della furberia, dell’immediatezza, del colpo di fortuna che quella del faticare, dell’impegno, della costanza.

Tra le altre cose, la crisi economica, che affonda radici prima di te, ci è caduta addosso togliendoci l’ossigeno.
Questa crisi avrebbe dovuto, dopo il primo disorientamento, darci una grande lezione di vita: riuscire a ritrovare moderatezza di usi e consumi, sobrietà, non-spreco, condivisione e sostegno, in un clima di meritocrazia. Le persone, le aziende, avrebbero dovuto iniziare a fare pulizia e riscoprire le priorità. Ma così non è stato. Chi ha sempre avuto, continua ad avere; chi anaspava, pur facendo il suo, sta asfisiando; c’è chi ancora spreca, chi continua a mangiarci su, e chi non riesce a mangiare; ci sono aziende che approfittano del momento economico per disfarsi del personale, per non pagare crediti dovuti.
Insomma, questa lezione sulle priorità, sull’essenziale, sui veri valori, ancora non l’abbiamo imparata.
Ma ci sono anche persone e aziende, che vorrebbero fare, rimboccandosi le maniche, ma hanno paura; ecco un’altra cosa che ci hai regalato: la paura.
La paura di fare un passo falso, la paura che certe scelte siano più un azzardo che una strategia, la paura che investire sul futuro diventi solo un costo.

Così, 2009, ti saluto, ti dico addio; ma non ti voglio dimenticare. Voglio che tu rimanga ricordo vivido, perché solo così, domani, potrò riuscire ad apprezzare quello che ho e che avrò, poco o tanto che sia. Voglio che tu serva di lezione, se non a tanti, almeno a me; perché anch’io, come molti, a volte ho fatto confusione con le priorità, con il necessario e il suprefluo, tra l’essere e l’apparire.
Accoglierò questo nuovo anno senza grande entusiasmo, con pochissime aspettative ma, sempre perché sono un’ottimista cronica, riuscirò a vedere, anche con lui, il bicchiere mezzo pieno. Alla peggio…rabbocco..

Buona Natale a tutti!!

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Buona natale a tutti!!

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[Foto di Belecasel]

X e Y, TwinsWines

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Un altro tasting panel, ma questa volta siamo di fronte anche ad un esperimento.
In assaggio due vini, X e Y, entrambi barbera 100% di Cascina I Carpini; X e Y, vini gemelli, nascono da un esperimento che Paolo Ghislandi ha voluto condurre, con due vini prodotti da lui, ma ai quali sono stati (o non sono stati) inoculati lieviti selezionati.

Sono due vini ottenuti da una unica massa vendemmiata da una unica vigna nello stesso momento, suddivisa prima della fermentazione in due masse identiche messe a dimora in due vasche di acciaio identiche poste nelle stesse condizioni ambientali. Ad una massa sono state applicate le metodologie di vinificazione tradizionali con innoculo di lieviti selezionati e utilizzo di metabisolfito di potassio, nell’altra non è stato aggiunto nulla tranne una piccolissima quantità di metabisolfito. Tutte le fasi della vinificazione sono state eseguite in parallelo, nello stesso modo e nello stesso momento, da qui il nome dell’esperimento.
Così, sono figli delle stesse vigne e della stessa cantina, come due figli gemelli, ma, uno tra i due, è un vino ottenuto grazie a lieviti selezionati, l’altro no. Quale sarà?
Così l’esperimento si è concluso con un tasting panel pubblico.

Per i dettagli dell’esperimento, meglio leggere il post scritto da Paolo Ghislandi, titolare di Cascina I carpini.

Ho potuto assaggiare X e Y solo durante una degustazione guidata da paolo Ghislandi, ad Eat-Alia.
In una sala affollata di appassionati curiosi, Paolo ci ha condotto durante la degustazione e ci ha aiutato a cogliere le sottili (sottilissime, in alcuni casi) differenze tra questi due vini.
Passiamo al tasting.

Le differenze di colore, tra X e Y, sono minime, anche se un poco sull’unghia sembrerebbe; ma la luce della sala non aiutava.

X arriva al naso impetuoso ed immediato, quasi un pò ruffiano, con profumi di ciliegia e un pochino di frutti di bosco (lampone?); insomma al naso, si presenta con profumi definiti.
In bocca, è un poco tannico, ma non violento.

Y, invece, di più ad uscire dal bicchiere, sembra spettinato, intimidito; o forse, deve solo stiracchiarsi un pò, prender le misure.
Ma forse devo solo decidere cosa sarà da grande, come un ragazzotto in divenire uomo.
Pian piano arrivano la ciliegia, la marasca e qualcosina di agrumato; poco accentuato, al primo naso.
Non è ruffiano, ecco, a differenza di X. Ha i suoi tempi e il suo modo di farsi scoprire.

X è impattante, da subito, ma poi si ferma lì; belle note, bouquet variegato, bella bocca, ma alla fine non cambia.
E’ ordinato, ricco, ma è sempre uguale a se stesso. Bello, affascinante, ma uguale a se stesso. Non è banale, ma è come se giocasse a carte scoperte, come se nel giro di una mezz’ora ti avesse detto tutto di sè. Insomma, non intriga. Piace, entusiasma, ti vien voglia di continuare a berlo, ma non ha mistero, come se giocasse a carte scoperte, come non ci fosse più niente da scoprire.
Y è diverso, decisamente; meno sfacciato, più impacciato, più introverso. E’ affascinante e, secondo me, a riassaggiarlo, dopo una mezz’ora, dopo un’ora,saprà dare molto di più. Insomma, sa evolvere.
Ecco la differenza: X è una fotografia, un’istantanea; Y non è un’immagine statica, ma un continuo divenire.

Paolo ci ha svelato quale dei due è ottenuto da lieviti selezionati, ma non lo riporto; è evidente che il vino ottenuto con lieviti selezionati è….